Liberiamo lo sport, liberiamo gli spazi pubblici!

Un’idea e tante proposte sullo sport, di Alessandro Tettamanti, candidato nella lista L’Aquila Chiama chi Ama L’Aquila, in supporto alla Coalizione Sociale con Carla sindaca per L’Aquila.

SPORT POPOLARE E SPORT DI PROSSIMITA’
Se si parla di sport è giusto porre l’attenzione prima di tutto sullo sport popolare e di prossimità, praticato ogni giorno da centinaia di giovani sul territorio cittadino e sul suo enorme valore sociale, formativo e culturale. Anche in rapporto a questo però, a L’Aquila, si pone un problema di spazi, ossia alla loro disponibilità per il pubblico utilizzo.

Non esiste per esempio un’area a verde pubblico che disponga di infrastrutture per lo sport di prossimità. A differenza di quello che succede in altri Paesi europei, qui il verde sembra venire progettato per finalità puramente estetiche e quasi mai funzionali allo sport, tantomeno a quello di squadra o meglio ancora ad una polifunzionalità. Qualcosa figlio di un pensiero sbagliato che limita l’accesso all’attività sportiva e alla possibilità di praticarlo senza budget di un certo tipo e che per questo va cambiato con una nuova progettazione.

PIAZZA D’ARMI, SOVVENZIONI PUBBLICHE = UTILIZZO PUBBLICO

Anche il campo di Piazza d’Armi, un giorno spazio pubblico e centro di aggregazione sportiva cittadino, è stato “chiuso” nella sua parte atletica.

Risultato? Bandi per la gestione che sono andati deserti, poi una gestione provvisoria tra tante difficoltà, infine il nuovo bando con cui infine il Comune, a differenza di quello precedente, da un contributo di 10mila euro al nuovo gestore.
Benissimo utilizzare fondi pubblici per lo sport, ma è altrettanto vero che poi l’utilizzo deve essere altrettanto pubblico allora. Invece lo spazio è sempre recintato e non sembrerebbe venir utilizzato al massimo delle sue potenzialità. Perché allora non inserire un campo di gioco al centro che permetta a prezzi popolari di far allenare anche lo sport di squadra come calcio e rugby?

Dove c’è una forma di sovvenzione pubblica, l’utilizzo che viene fatto di quello spazio non può essere di tipo privatistico e volto solamente al ricavo dell’utile, ma deve essere di tipo sociale e quindi aperto per lasciare alle piccole squadre e a chi fa con lo sport prevalentemente attività di volontariato, la possibilità di allenarsi a bassi costi.

Lo sport è infatti vettore unico di integrazione e prevenzione di problematiche socio-sanitarie e quindi la spesa pubblica in tal senso va considerata come un investimento.

SKATEPARK MAURANE FRATY COME ESEMPIO

Si veda, proprio vicino la pista d’atletica, lo skatepark a Piazza d’Armi. Costruito con soldi delle donazioni delle Curve d’Italia da un’idea dei Red Blue Eagles è, ad oggi, forse il migliore esempio di struttura pubblica, a tutti accessibile, per fare sport.

Qualcosa a cui si è giunti evidentemente attraverso il percorso con cui la struttura è stata costruita, ossia in modo partecipato e dal basso, qualcosa di unico purtroppo, da prendere quindi come esempio.

A denotare ulteriormente la mancanza di spazi pubblici per utilizzo sportivo, l’uso che anziani e giovani fanno del parcheggio asfaltato del mercato sempre di Piazza d’Armi dove nelle ore pomeridiane si cammina , corre e si fa sport di vario genere tra cui il cricket giocato dalla comunità indiana e bangladese locale.

Eppure a Piazza d’Armi manca ancora una visione d’insieme che permetta all’intero complesso, in virtù di una maggiore utenza ed efficientizzazione – e con il completamento delle opere previste – di essere sostenibile rispondendo ai bisogni sportivi reali della città.

CONCESSIONI TRA DEROGHE E CONTENZIOSI

Più in generale le concessioni dei campi da gioco pubblici vengono date a prezzi di canone d’affitto elevati. Concessioni per cui spesso si è andati in deroga e sulle quali in altri casi si creano dei contenziosi che paralizzano l’utilizzo delle strutture come nel caso del campo “Maracanà” di Coppito che sorge in posizione strategica ma che proprio per questo è da tempo abbandonato. Una situazione da risolvere subito.

LA VERGOGNOSA SITUAZIONE DEL CAMPO FEDERALE

Inspiegabilmente e colpevolmente fuori uso il campo federale, di proprietà della federazione e su cui pure erano stati spesi dei soldi per la riqualificazione e dove si è giocato dopo il terremoto.
La cosa migliore a questo punto è che il Comune intraprenda un’azione per rilevare l’area visto che la federazione non riesce o non vuole gestirla. Di campi di questo genere la città ha bisogno come il pane.
Tanto più che il Federale è contiguo al nuovo stadio di acquasanta “Gran Sasso d’Italia – Italo Acconcia” e può costituire – in relazione con esso – un importante polo sportivo cittadino.

NUOVO STADIO: PER UN UTILIZZO PIU’ DIFFUSO NELL’IMMEDIATO

A proposito dello stadio “Italo Acconcia – Gran Sasso d’Italia”, incompleto, senza SCIA e con una delle tre gradinate inagibile. Un impianto in cui si è parlato di una convenzione tra Comune e L’Aquila calcio che però non c’è e difficilmente ci sarà a breve visto le difficoltà da ambo le parti per portarla a termine.
Tuttavia L’Aquila calcio qui ha giocato l’attuale stagione in corso e si è allenata. Molti sono stati i problemi legati a questo anno d’avvio della struttura che in parte hanno contribuito alle difficoltà incontrate quest’anno dai rossoblù.

Sarebbe possibile dare la possibilità di utilizzare questo campo comunale da subito anche alle altre squadre agonistiche cittadine, andando semplicemente oltre gli orari in cui è utilizzato dalla prima squadra.

E’ vero, bisognerà accendere i riflettori ma si inizierà a creare un bacino di utenza attraverso il quale finalmente – con le dovute risorse – aprire anche le cosiddette torri, con un bar ed altri spazi d’aggregazione, anche rispondendo alla richiesta di associazioni interessate a veicolare la cultura sportiva come il Supporters’ Trust “L’Aquila me’”. Così si potrebbe iniziare a far diventare finalmente il Gran Sasso d’Italia un luogo d’aggregazione per sportivi.

E questo sarebbe possibile a partire da subito, iniziando così ad avviare un discorso di sviluppo e sostenibilità del polo calcistico in attesa di completare l’altro campo previsto nell’anti stadio e riaprire il Federale.
Una volta completato il tutto quello dell’Area di Acqua santa sarebbe così capace di soddisfare in buona parte la domanda di giovanili e società agonistiche minori cittadine.
SPORT CITTADINO BENE COMUNE

Anche per lo sport bisognerebbe iniziare a fare un discorso di rete che coinvolga tutte le discipline e le società presenti sul territorio con l’obiettivo primario di salvaguardare insieme il Bene Comune dello sport cittadino, dare a tutti le stesse opportunità, migliorare in funzionalità e coordinazione in rapporto con le istituzioni e i territori.

La prima squadra del calcio, ad esempio, non può e non deve considerarsi qualcosa di slegato dalle altre realtà minori espressione dello stesso territorio. Il discorso deve essere fortemente interdipendente per migliorare i risultati complessivi e la stessa sostenibilità generale secondo principi di cooperazione.

Così come il calcio non è slegato completamente dal rugby e viceversa.

Vanno – e questo è comune a tutte le discipline – valorizzati i talenti locali che possono venir fuori da un ambiente sano finalmente messo a sistema, come va tutelata con ogni mezzo da parte della municipalità la possibilità di far sport per chiunque al di là delle possibilità economiche.

Questo vuol dire anche risolvere le miopi conflittualità esistenti tra società promuovendo da subito un percorso di ascolto e partecipazione da parte dell’istituzione.

Cambia montagna, resta qui! Le proposte sul Gran Sasso

LA GRANDE MONTAGNA – Durante gli incontri per la costruzione del programma e quelli scaturiti dal confronto con GranSasso AnnoZero, molti e diversi sono stati gli argomenti discussi e gli aspetti affrontati, ma ciò che è emerso sistematicamente è stata l’esigenza di considerare innanzitutto la dimensione culturale di questa grande montagna. La necessità di non ridurla soltanto a risorsa turistica, ma bensì valoriale, identitaria, territoriale nel senso più ampio. Così come non consideriamo il turismo soltanto un’industria o un’attività economica, ma un universale culturale, una modalità per fare esperienza del mondo, per sviluppare l’umanità degli esseri umani, che in questo accomuna residenti e visitatori. È stato importante interrogarsi su come questa risorsa sia andata definendosi nel tempo, interrogarsi sull’invenzione del Gran Sasso, sulla sua costruzione culturale, fondamentale anche per poter meglio comprendere l’importanza assunta dal suo mancato sviluppo nel dibattito politico cittadino. Importanza che sfugge –inevitabilmente- ad analisi meramente quantitative, siano esse economiche o statistiche, che siano quelle di Invitalia o di qualche ghiotto capitolato d’appalto, con buona pace di chi cerca solo nei numeri un modello interpretativo della realtà. Siamo altresì convinti che occorra analizzare storicamente i tentativi di valorizzazione e le ripetute criticità che hanno portato alla situazione attuale, per poter meglio orientare progettualità e agire futuro. Siamo convinti che sia necessario aprire nuovi tavoli di confronto sul Gran Sasso, ribadendo il primato della politica come progetto di governo partecipato che possa costruire spazi di compatibilità tra visioni e interessi concorrenti.

IL PUBBLICO / OVVERO LA CULTURA (POLITICA) DI UN TERRITORIO – Cosa espone Campo Imperatore più alle intemperie della politica che a quelle del clima? Sicuramente lo statuto pubblico della stazione turistica e il valore simbolico di questa montagna, dove le ragioni del primo sono storicamente legate al secondo. Ma se lo statuto pubblico di Campo Imperatore si è trasformato in un limite al suo sviluppo, le responsabilità sono eminentemente politiche, poiché da “campo di sport invernali” la politica lo ha trasformato in un vero e proprio campo di battaglia, strumentalizzando ogni evento e ogni accadimento al fine di guadagnare o costruire consensi politici da spendere su altri tavoli e in altri settori.  Tutto questo sulla pelle delle persone che su quella montagna ci vivono o vorrebbero viverci. A nessuno sembra interessare il vero destino di questa montagna. I risultati ai quali attendono hanno a che fare con il conflitto, non con la soluzione del conflitto.

COMUNICAZIONE DI GUERRA – Che ci piaccia o meno la comunicazione è sempre più importante per costruire l’attrattività e la reputazione dei servizi offerti da una stazione turistica e le conseguenze di questa conflittualità diffusa sono diversamente gravi anche in questo senso. Nessuna stazione turistica alpina sopravvivrebbe al fuoco di fila che tutti i contendenti politici, istituzionali e sociali aprono ogni qualvolta salta la luce, la stazione chiude per il forte vento, si accavallano le funi, alla biglietteria c’è la fila. Per non parlare delle croniche incertezze che ogni anno riguardano l’apertura della stazione che quest’anno si nutrono della mancata sostituzione delle Fontari. All’aleatorietà delle condizioni meteorologiche si aggiunge quella della gestione. L’immagine della stazione ne esce ogni qual volta distrutta. Nessuna società o impresa avrebbe la capacità o la forza di stare sul mercato in simili condizioni.

L’AQUILA CHIAMA CHI AMA IL GRAN SASSO – A noi della Coalizione Sociale con Carla Cimoroni sindaca per L’Aquila invece sta a cuore il destino del Gran Sasso e il futuro dei suoi abitanti. Vogliamo sottrarre il Gran Sasso da questo turpe spettacolo, rinunciando alla polemica fine a sé stessa e dimostrando di avere idee costruttive e innovative, che tengano conto delle grandi forze che agiscono sulle dinamiche turistiche e che valorizzino le energie e le iniziative presenti sul territorio. Abbiamo idee per vivere e soprattutto per cavalcare il cambiamento, da quello climatico a quello della rivoluzione digitale che stanno alterando ogni aspetto dell’economia turistica di montagna.

OLTRE IL PUBBLICO (E IL PRIVATO) – Uno dei guai maggiori del Gran Sasso è il non essere considerato tanto come una montagna, quanto come un mezzo di costante strumentalizzazione politica in Consiglio Comunale, essendo di proprietà pubblica. Ma la soluzione non è il privato che arriva dal cielo: la partecipazione dei privati nel pacchetto azionario del Centro Turistico del Gran Sasso e nella gestione della stazione di Campo Imperatore deve essere compatibile con le finalità sociali, economiche ed ambientali del nostro territorio. La proprietà degli impianti e della funivia devono rimanere pubblici attraverso la detenzione di un pacchetto di maggioranza della società CTGS. Diversamente la gestione degli impianti e delle strutture ricettive possono essere date in concessione a privati, non scorporando la ricettività dall’impiantistica. Ogni decisione, inclusa una riconfigurazione gestionale del CTGS, va discussa e condivisa con le maestranze ed i professionisti che da anni lavorano e lottano per il miglioramento della società di gestione degli impianti.

LE PROPOSTE 

360×365Il Gran Sasso, a livello turistico e sociale, è importante tutto l’anno, d’estate come d’inverno. È impensabile continuare a pianificare i soli servizi della stazione invernale in funzione dello sci alpino, abbandonando di fatto allo squallore Campo Imperatore durante il resto dell’anno e lasciando all’improvvisazione i servizi turistici legati a tutte le altre attività. D’inverno ci sono le racchette da neve, lo scialpinismo e mille altre attività a torto declassate a minori che andrebbero sostenute. D’estate occorre fornire servizi di miglior qualità agli escursionisti, ai turisti naturalistici, a tutti –tanti- quelli che cercano sulle nostre montagne esperienze di qualità, in un territorio e montagne uniche. È importante lavorare per la sentieristica, le vie di alta montagna, le ippovie ed i rifugi, per garantire una loro migliore funzionalità in risposta ad una domanda crescente, a cui i pochi rifugi gestiti delle nostre montagne ad esempio non riescono a più a far fronte. Montagna e servizi a 360° per 365 giorni all’anno, rifiutando la logica della grande opera autoconsistente, slegata dal contesto e non accompagnata da mille altre piccole iniziative che ne garantiscano la sostenibilità e l’inserimento territoriale. Di cattedrali nel deserto sulle nostre montagne non ne vogliamo più.

PIANO D’AREA E PRIORITA’ – L’iter di approvazione del Piano d’Area inizia nel 1983 ed arriva ad approvazione della Giunta Regionale soltanto nel 2004 (18 maggio). Pensato 34 anni fa questo piano nasce già vecchio e i recenti tentativi di riesumazione da parte del Piano di Invitalia sono manifestamente incongrui e insostenibili. I cambiamenti climatici stanno imponendo sulle Alpi e su tutte le montagne del mondo l’applicazione di strategie di adattamento per l’esistente e di ripensamento per i progetti futuri. Un piano d’area che prevede di riesumare una stazione sciistica in gran parte tra i 1400 e i 1900 metri di quota, senza peraltro prevedere impianti d’innevamento artificiale, dimostra di non essere più eseguibile senza un profondo ripensamento.  Cosa fare del Piano d’Area allora? Si ritiene che andrebbe attuato procedendo per blocchi, ciascuno rivalutato singolarmente alla luce di una nuova strategia d’azione, partendo da quelli che l’attuale quadro normativo consente di realizzare, in attesa che gli eventuali iter di declassificazione o riperimetrazione arrivino a compimento. In questo quadro siamo per un ripensamento della funivia, realizzando una sua riconversione in cabinovia, aumentando la portata oraria di passeggeri, portandola dalle poche centinaia attuali a 2400, e soprattutto ripristinando la Stazione Intermedia. Questo consentirebbe di ripristinare anche la vera vocazione della Stazione: quella del fuori pista nei Valloni, messi in sicurezza con moderni sistemi antivalanga a basso impatto ambientale (gasex) e facendola diventare così la stazione di riferimento per la cultura del free ride in Appennino. Il ripristino della Stazione Intermedia permetterebbe inoltre di migliorare e diversificare di molto l’offerta turistica di Fonte Cerreto, ad oggi poco sfruttata, sia d’estate che d’inverno, con attività anche per i non sciatori, grazie ad escursioni, racchette da neve, circuiti in mountain bike, educazione ambientale per campi scuola, favorendo una maggiore residenzialità turistica. Ora si deve intervenire per far funzionare l’esistente, con sostituzione immediata della seggiovia Fontari, il restauro dell’Albergo, il ripristino della funzionalità dell’Ostello e del Rifugio Fontari per garantire i servizi minimi della stazione per la prossima stagione turistica.

PIANO D’AREA A MONTECRISTO E FOSSA DI PAGANICA – L’abbandono in cui versano gli impianti e le strutture di Montecristo è inaccettabile, mantenendone da un ventennio l’impatto ambientale e paesaggistico, senza trarne alcun beneficio. Noi siamo per il recupero e la valorizzazione dell’esistente e in questo senso il Piano d’Area offre una grande opportunità per il recupero di Montecristo. Opportunamente ripensato e adattato alle mutate condizioni climatiche si propone di attuarlo procedendo alla sostituzione dei residui dei vecchi impianti rimasti a Monte Cristo con dei nuovi impianti, riqualificando l’area, riducendo l’impatto ambientale e offrendo nuove opportunità anche alla pratica di sport estivi come il downhill e il volo libero. Il recupero di Montecristo comporterebbe diversi vantaggi, diversificando l’offerta sciistica della stazione, rendendola più accessibile a famiglie e principianti e durante le giornate di brutto tempo. Inoltre i vantaggi di un nuovo accesso alla Piana di Campo Imperatore d’inverno sarebbero notevoli, con nuove possibilità per il fondo e le racchette, che collegandosi agli altri circuiti del Lago Racollo e di Fonte Vetica, favorirebbe una prima forma d’integrazione con le strutture turistiche di S.Stefano di Sessanio, Calascio e Castel del Monte, da troppi anni solo agognata. Procedendo per blocchi e sempre a seguito delle opportune analisi e valutazioni al fine di valutare impatto e sostenibilità delle opere, si propone di realizzare il collegamento Scindarella – Fossa di Paganica che consentirebbe il doppio arroccamento a Campo Imperatore, creando un circuito sciistico di medie dimensioni e un bacino d’utenza che renderebbe sicuramente più sostenibile la stazione.

TRA CONQUISTA DI CIVILTA’ E OCCASIONI MANCATE (?) – Il Gran Sasso è tutelato da un Parco Nazionale e sottoposto a ulteriori e sovraordinati livelli di conservazione europei. Il riconoscimento del suo valore internazionale a livello paesaggistico e ambientale lo consideriamo una conquista di civiltà che ci rende orgogliosi di abitare e vivere in questi luoghi. Tuttavia dovendo fare un bilancio di questi primi venti anni di Parco, dobbiamo anche registrare le occasioni mancate, i limiti delle istituzioni e, ancora una volta, quelli della politica. Le procedure di classificazione dell’area protetta sono state infatti connotate troppo spesso dalla mancanza di una effettiva partecipazione delle comunità residenti e di tutti gli attori sociali interessati. Gli stessi strumenti di partecipazione delle comunità locali previste dalla legge quadro sulle aree protette (394/91) sono stati sottoutilizzati, quando disattesi. Il principale strumento di governo dell’area protetta, il Piano del Parco, che prevede dispositivi partecipativi per le comunità locali è arrivato alla sua fase di approvazione solo in questi mesi, dopo una gestazione di ben 22 anni, durante i quali sono valse le famose clausole di salvaguardia, le quali, in attesa di sapere cosa si potesse fare e cosa no, hanno di fatto congelato il territorio del Parco come in un’istantanea, inasprendo i rapporti con le popolazioni e generando sfiducia nella politica e nelle istituzioni. Anche se il Piano rischia di nascere già vecchio sarà importante arrivare alla sua approvazione prima possibile, per poter agire in un quadro normativo stabile e soprattutto assumendo l’onere del governo di questo territorio. Infatti il Piano del Parco includerà periodiche procedure di revisione e aggiornamento che lo renderanno emendabile e modificabile nel tempo, facendone uno strumento di governo dinamico e adattabile alle mutevoli condizioni del nostro territorio. Fondamentale in questa fase sarà la partecipazione attiva dell’amministrazione comunale nell’accompagnare le battute finali dell’iter di approvazione del Piano. Infine auspichiamo un miglioramento della comunicazione dell’Ente Parco con i cittadini, favorendone inclusione e partecipazione.

SIC (ET SIMPLICITER) / OVVERO, LA NORMA – Giovanni Falcone sosteneva che se si pone una questione di sostanza senza dare troppa importanza alla forma, si viene battuti nella sostanza e nella forma. È quanto accaduto all’amministrazione Cialente nella vicenda della mancata sostituzione della seggiovia delle Fontari, dove si è preferito accendere l’ennesimo conflitto sulle norme, invece di avviare percorsi procedurali che con l’attuale assetto normativo avrebbero permesso la realizzazione dei lavori. Occorre procedere a realizzare quanto possibile con le regole attuali nel mentre si valuti la possibilità di rivedere la perimetrazione del SIC (Sito di Interesse Comunitario) che include la stazione di Campo Imperatore. Tuttavia si dovrà valutare quanto realmente ostativo possa essere il SIC per gli interventi previsti per la riqualificazione di Campo Imperatore, così come per quella di Montecristo. Riteniamo altresì che ricondurre il cosiddetto sviluppo del Gran Sasso alla sola rimozione del vincolo non porti a nessuna soluzione concreta: la procedura impiegherebbe anni e senza una proposta nell’immediato ci sarebbe, come sta già accadendo, una totale paralisi del comprensorio. Occorre dunque agire, definendo una strategia seria, proceduralmente corretta ed adeguata per le procedure VIA e VINCA, strumenti di valutazione fondamentali per i quali occorre privilegiare sinergie istituzionali a tutti i livelli.

POLIGONI NEL PARCO, L’ALTRA GUERRA DEL GRAN SASSO – Registriamo come nulla si stia facendo e si è fatto per risolvere la manifesta incompatibilità tra la presenza del poligono militare ai piedi del monte Stabiata e le finalità di gestione e valorizzazione del patrimonio ambientale perseguite dal Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Un poligono all’interno del Parco Nazionale nel quale quotidianamente vengo effettuate esercitazioni con mezzi militari pesanti e cingolati che stanno irrimediabilmente compromettendo i pascoli e con un costante e cospicuo impiego di armi da fuoco, mortai e granate. Riteniamo che l’Amministrazione comunale debba impegnarsi per la chiusura dell’attuale poligono di Monte Stabiata e per il ripristino delle condizioni di tutela e valorizzazione delle risorse naturali previste dal nuovo Piano di gestione del Parco.

UN ASSESSORATO ALLA MONTAGNA – L’Aquila capitale degli Appennini ha bisogno di un assessorato alla montagna che si occupi di costruire quotidianamente nuova qualità territoriale e nuove ragioni per restare. Un assessorato che non si abbandoni alla logica delle grandi opere, ma che coltivi la cura della montagna e del territorio offrendo servizi innovativi, ripristinando la qualità ambientale, il decoro delle infrastrutture, creando nuove opportunità di lavoro e nuova attrattività. Un assessorato alla montagna che garantisca la messa in coerenza di tutti gli interventi con una politica efficace, inclusiva e che sappia governare il cambiamento, restando qui.

Il segno dell’amministrazione di centrosinistra: la presa in giro sul Parco della Memoria

Correva l’anno 2013 quando, alla vigilia del quarto anniversario del terremoto, il Comune dell’Aquila pubblica un bando per un concorso di idee per la realizzazione del Parco della Memoria a piazzale Paoli. “Abbiamo dato seguito a una precisa volontà del Consiglio comunale, ribadita dal sindaco Cialente e della giunta – aveva spiegato l’allora assessore Moroni, oggi candidato nella coalizione di centro – la municipalità allestirà questo Parco, quale simbolo dell’eterno ricordo della tragedia rappresentata dal terremoto del 6 aprile 2009. Il luogo scelto non è casuale: piazzale Paoli, infatti, è ricompreso nell’area delimitata da via XX settembre, via Campo di Fossa, via Luigi Sturzo e dalle altre strade in cui è stato registrato il più alto numero di vittime per quanto riguarda la città capoluogo. I progetti, inoltre, dovranno contemplare anche un’accurata riqualificazione del piazzale in questione”. “A caratterizzare il progetto – proseguì Moroni – dovrà essere una fontana, che sarà chiusa a dicembre di ogni anno, cioè nel mese in cui, nel 2008, iniziò la sequenza sismica, e sarà riattivata il 6 aprile, quale segno di rinascita”.

1 aprile 2014, dopo un anno, la commissione scelta per valutare i progetti nomiò primo classificato, a fronte di 45 partecipanti al bando: Manfredo Gaeta e Annalisa Di Luzio di Chieti. A dicembre 2015 il rendering del parco in trasferta al supermercato di Roma: una delegazione del Comune dell’Aquila, capitanata da Cialente, si recò nella capitale, al centro congressi Eataly per esporre i pannelli con i rendering del Parco e ricevere in dono 87.500 euro. L’opera costerà tuttavia 700 mila euro che saranno reperiti anche attraverso una colletta fra i cittadini aquilani all’insegna di una sorta di “memoria pride”. L’annuncio del sindaco fu: “I lavori del Parco potrebbero partire già entro la fine dell’anno”.

Il 28 maggio 2016 Cialente affermò che i soldi, già accantonati dall’anno precedente, non erano utilizzabili senza progetto, sollecitando Gaeta. Sottolineò poi che erano presenti nelle casse già 100mila euro, tra quelli versati dalla Guardia di Finanza e da Eataly. L’ingegner Gaeta, invece, disse di voler aspettare l’ammontare totale dei fondi, prima di concludere il progetto definitivo.

Insomma, l’ennesimo cortocircuito generato da un’amministrazione che – è evidente – non vuole realizzare l’opera. Il tempo passa e arriviamo ad oggi, più di un anno dopo. Del Parco della Memoria, al termine della giunta Cialente, neanche l’ombra. Però in compenso il parco giochi di piazza Paoli è rimasto abbandonato, e si è anzi trasformato in una giungla adibita a parcheggio di auto e camion.

Questa giunta, e la coalizione di centro nella quale sono numerosissimi i candidati espressione dell’amministrazione, porteranno il segno di non aver voluto rendere rispetto e memoria alle vittime del terremoto: 309 cittadini ignorati. L’intera città dovrebbe indignarsi. Per L’Aquila avrebbe dovuto essere una priorità assoluta: un luogo non solo per conservare il ricordo, ma simbolo dell’impegno e della responsabilità di tramandare alle future generazioni la cultura della prevenzione, per far si che una tragedia così grande non accada mai più.

La storia è importante e noi, a differenza loro, abbiamo memoria. Se lo ricorderanno anche gli aquilani.

Yanis Varoufakis a sostegno di Carla Cimoroni e della Coalizione Sociale!

Un sostegno sincero e prestigioso arriva alla Coalizione Sociale con Carla Cimoroni sindaca per L’Aquila, in vista delle elezioni amministrative di domenica 11 giugno. E’ quello di Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze della Grecia e fondatore del “Movimento per la democrazia in Europa 2015”, Diem25.

“Crediamo nei movimenti, nelle associazioni e nelle realtà municipali che in questi anni si sono coalizzate dal basso, nel fruttuoso modello delle città ribelli – sull’esempio di Napoli con Luigi De Magistris e di Barcellona con Ada Colau – nel tentativo di trasformare le politiche locali, e di conseguenza nazionali ed europee”. Inizia così la lettera che Varoufakis ha scritto a sostegno della Coalizione Sociale all’Aquila.

Sono infatti convinto che qualsiasi politica volta a riformare l’Europa debba necessariamente partire dai municipi, per poter così influenzare le regioni, gli stati e l’intero continente”, continua l’esponente politico greco, che si dimise dal governo di cui era ministro nel 2015, in aperta opposizione alle politiche di bieca austerità dell’Unione Europea nei confronti del suo popolo.

“Ho deciso di appoggiare una serie di piattaforme progressiste, le cui politiche siano compatibili con il nostro movimento – continua – e in particolare all’Aquila Carla Cimoroni e liste della Coalizione Sociale che la sostengono, consapevole del loro sostegno all’Agenda Progressista di DiEM25 e al New Deal Europeo che ho presentato proprio in Italia, a Roma, lo scorso 25 marzo”.

“Sono sicuro infatti che Carla Cimoroni e liste della Coalizione Sociale che la sostengono lavoreranno a livello locale per migliorare le garanzie sociali dei loro cittadini”, è il sostegno prezioso di Varoufakis, che la Coalizione Sociale con Carla Cimoroni sindaca per L’Aquila ringrazia per la fiducia riposta.

Cambiare realmente L’Aquila è necessario. Come cambiare realmente, ed in modo profondo, l’Europa. Iniziamo a farlo, insieme. In un cammino iniziato tempo fa, e che proseguirà anche dopo le elezioni dell’11 giugno.

 

La lettera di Yanis Varoufakis alla Coalizione Sociale

DiEM25 crede nei movimenti, nelle associazioni e nelle realtà municipali che in questi anni si sono coalizzate dal basso nel fruttuoso modello delle Città Ribelli – sull’esempio di Napoli con Luigi De Magistris e di Barcellona con Ada Colau – nel tentativo di trasformare le politiche locali, e di conseguenza nazionali ed europee. Sono infatti convinto che qualsiasi politica volta a riformare l’Europa debba necessariamente partire dai municipi, per poter così influenzare le regioni, gli stati e l’intero continente. E viceversa, ogni politica europea debba essere pensata in funzione del benessere delle realtà locali, dove la gente vive, lavora e reclama il diritto a una vita dignitosa.

Per questo, mentre a livello nazionale stiamo partecipando alla costruzione di una coalizione che rappresenti un terzo spazio progressista, ecologico e inclusivo, oltre la falsa dicotomia di una scelta obbligata tra le politiche di austerity e il ritorno a politiche buie improntate su protezionismo e xenofobia, in vista delle elezioni locali italiane ho deciso di appoggiare una serie di piattaforme progressiste, le cui politiche siano compatibili con il nostro movimento. E in particolare all’Aquila Carla Cimoroni e liste della Coalizione Sociale che la sostengono, consapevole del loro sostegno all’Agenda Progressista di DiEM25 e al New Deal Europeo che ho presentato proprio in Italia, a Roma, lo scorso 25 marzo.

Sono sicuro infatti che Carla Cimoroni e liste della Coalizione Sociale che la sostengono lavoreranno a livello locale per migliorare le garanzie sociali dei loro cittadini, per promuovere politiche ecologiche di riduzione delle emissioni e dell’inquinamento, per accogliere migranti e rifugiati e, soprattutto, per riportare i cittadini a prendere in mano i loro destini attraverso la partecipazione politica e la condivisione trasparente dei processi democratici. E allora avanti insieme, per la costruzione di una coalizione progressista che parta dai municipi e dalle Città Ribelli fino all’Europa e viceversa, con un biglietto di andata e ritorno, per restituire la politica alla sua dimensione virtuosa di tutela del pianeta, dei suoi abitanti e dei loro diritti.

Yanis Varoufakis

Le nostre 5 proposte su lavoro ed economia

Oggi nell’economia del nostro territorio il settore pubblico è decisamente la principale componente della base economica, seguito dai redditi da pensione (oltre 19.000 persone), dall’Università e il suo indotto e dal settore manifatturiero. Ci sono inoltre le costruzioni, i servizi turistici e l’agricoltura, oltre naturalmente la parte molto rilevante dei servizi non turistici (professionali, commerciali, …).

Bisogna necessariamente partire da questi dati per comprendere quali settori possano essere decisivi per il presente e per il futuro della nostra economia, per la creazione di posti di lavori degni e stabili. Anche perché se non si interviene, finite le risorse per la ricostruzione, rischiamo seriamente di ritrovarci in un territorio ancora più depresso economicamente e di conseguenza socialmente.
Le altre coalizioni non ci sembra che abbiano idee in proposito.
ll candidato di centro Di Benedetto non ha alcuna visione e appare scarsamente interessato al problema, mentre quello della destra Biondi propone misure bizzarre quali la “moneta locale”, fiorino o doblone aquilano, scegliete voi.
Questa invece è la nostra analisi e queste le nostre proposte intersettorali per favorire la creazione di posti di lavoro. Prendetevi il tempo della lettura.

Il settore pubblico non ha grossi margini di crescita viste anche le politiche nazionali. Si può attuare in questo settore una strategia conservativa, non far andar via gli uffici. Ad esempio la difesa della qualità e della dimensione del nostro ospedale assume quindi, oltre naturalmente all’aspetto di salute pubblica, una battaglia fondamentale anche per la nostra economia e conseguenti posti di lavoro. Un aumento della qualità dei servizi sanitari genera anche ricadute positive per il resto dell’economia e la salute di comunità dovrebbe essere riorganizzata considerando l’estensione del territorio.
Ma con politiche intelligenti questo settore può anche essere incrementato.

L’Aquila Capitale della Prevenzione
Rientra anche in questo la nostra proposta di “L’Aquila Capitale della Prevenzione”.
Vogliamo fare del nostro territorio il centro di riferimento nazionale interdisciplinare e operativo di prevenzione del rischio sismico, gestione delle emergenze e delle ricostruzioni.
La recentissima formazione di un battaglione dell’esercito, 300 persone, specializzato in operazioni di soccorso nella catastrofi va proprio in questa direzione. Anche altri pezzi dello Stato, come ad esempio Vigili del fuoco, Protezione civile, Ingv, Cnr dovrebbero essere spinti ad investire con nuove strutture nel nostro territorio per fare tra di loro sinergia e sperimentare da noi, prevenzione, pronto intervento, gestione dell’emergenza e tecniche di ricostruzione.
L’Università  e il GSSI sarebbero parte fondamentale di questa strategia, come anche il nostro volontariato di protezione civile e naturalmente tecnici e imprese che in questi anni hanno acquisito un invidiabile know-how sull’adeguamento e miglioramento sismico di edifici anche antichi. Da parte di alcuni dei nostri costruttori è stata sollecita questa direzione che ci vede d’accordo in quanto parte di una strategia per noi complessiva.
Tutto questo ci garantirebbe prima di tutto sicurezza per tutti, cultura antisismica diffusa, posti di lavoro qualificati, centri studi a partire dal finanziato, annunciato e mai nato centro permanente di documentazione e studi della prevenzione, del terremoto e della ricostruzione. Un centro vivo dove poter organizzare convegni di livello nazionale ed internazionale.
Abbiamo come territorio tutte le le pre-condizioni per imporci su questo settore e far in modo ad esempio che i saperi dell’Università, di tecnici e imprese siano esportabili e centrali nel progetto di messa in sicurezza di tutto il Paese dai rischi sismici e idrogeologici.
E’ una battaglia politica che dobbiamo alla nostra memoria, deve essere culturalmente il nostro ruolo nel Paese, e che contemporaneamente può creare tante opportunità lavorative come detto in diversi settori: pubblico, Università in tutti i suoi saperi non solo tecnici ma anche umanistici (basti pensare agli studi sulla gestione delle emergenze e sulla resilienza), ricerca, professioni, imprese, costruzioni.

La città della formazione e della ricerca
L’Università è già un cardine per la nostra economia, dopo il settore pubblico è una delle voci che “pesa” di più per la formazione del nostro reddito.
Per costruire una città della formazione e della ricerca, le condizioni di base ci sono ma vanno sviluppate. Anche qui, la recente apertura del GSSI va proprio in questa direzione, come occorre rafforzare i rapporti anche con i Laboratori del Gran Sasso.
Serve però un patto chiaro e una strategia condivisa tra città e Università: da un lato il comune si impegna a fornire servizi eccellenti per gli studenti (e quindi per tutta la collettività) in termini di mobilità, diritto all’abitare, strutture, di servizi, di qualità della vita e di un contesto sociale e culturale effervescente, stimolante e dinamico proprio di una città universitaria. E’ qui che le parole inclusione e accoglienza trovano significato pratico. Dall’altro l’Università deve scegliere e perseguire un modello di residenzialità pura. Alla città non interessa infatti tanto il numero degli iscritti bensì quello degli studenti residenti che non può prescindere dalle capacità di accoglienza in termini di strutture e servizi sia dell’Ateneo che della città. Appare evidente quindi che anche le politiche sulle modalità di iscrizione, sul “numero chiuso”, su come si fruiscono le lezioni debbano tener nel conto la strategia condivisa tra città-Università.
L’obiettivo al termine potrebbe essere quello dei 15.000 studenti residenti. Sarebbe decisivo per il nostro territorio in molti sensi, anche per la creazione di posti di lavoro. Bisogna però crederci, puntarci con convinzione, lottare con il governo centrale e regione, investire risorse con un ferreo coordinamento tra comune e Ateneo.
Al di là dell’aspetto economico, che qui stiamo trattando, vorremmo diventare un modello per il diritto alla studio anche creando uno studentato diffuso, per gli studenti meritevoli e a basso reddito, mettendo a disposizione parte dei 600 appartamenti di proprietà comunali derivanti dagli “acquisti equivalenti”.
Appare questo il settore che potenzialmente e realisticamente potrà avere margini di maggiore crescita oltre che un fondamentale motore per la rinascita del centro, storicamente sempre abitato e vissuto da molti studenti.

Manifattura e industria
Una formazione di alto livello che insiste su un territorio presieduto da eccellenze tecnologiche dovrebbe innescare un circolo virtuoso in maniera praticamente spontanea.
E qui si innesca il settore manifatturiero. Strategico sia perché contribuisce già oggi con il 10% al valore aggiunto prodotto all’Aquila, ma anche perché fornisce alla città un carattere distintivo, compensando l’immagine di una città di pensionati e di addetti al settore pubblico. Nel caso di alcune aziende poi il termine “eccellenze” non è usato per una volta a sproposito. Già oggi molte garantiscono posti di lavoro qualificati e quindi ben retribuiti. Alcune hanno attivato collaborazioni con l’Università che vanno aumentate e facilitate.
Curiosamente questo settore non è mai stato percepito in tutto il suo valore dalla città. Un errore gravissimo visto che un’azienda coinvolta nel tessuto sociale investe anche sul territorio, tramite eventi, sponsorizzazioni, premi, ecc…
Il settore possiede anche potenzialità non indifferenti di crescita, ovvero di nuovi posti di lavoro, anche grazie alle risorse derivanti dal 4% della ricostruzione. Questo strumento, intelligentemente previsto dal legislatore, va però profondamente ripensato alla luce dei risultati ottenuti. Ad oggi infatti l’unica nuova azienda finanziata è di fatto mai partita e a fronte dei posti di lavoro previsti oggi si contano solo una decina di cassaintegrati. Chiaro che cosi non funziona. Occorre anche qui crederci, pensando una serie di azioni tra di loro integrate.
Il comune dovrebbe lavorare con la Regione per aprire nella nostra città uno sportello consulenziale per le aziende che vogliono investire: come si può accedere alla risorse del 4%, quali sono le opportunità offerte dai bandi europei, opportunità di collaborazioni con le istituzioni, fondi regionali, mappatura delle aziende operanti sul territorio con cui poter attivare delle sinergie, informazioni sulle procedure, snellimento delle stesse, opportunità di insediamento nelle zone industriali… Insomma preparare il terreno e facilitare la vita e le tempistiche a chi vuole creare seriamente posti di lavoro. Un sogno (possibile) viste le condizioni attuali.
Si potrebbe inoltre garantire la chiusura del circolo virtuoso aziende-alta formazione con la messa a disposizione di borse di studio, con l’indizione di concorsi per le scuole. Questo avrebbe una ricaduta potenzialmente enorme sulla città, perché se si arrivasse a regime ad avere un alto tasso di inserimento dei laureati del nostro ateneo nel territorio, l’Università diverrebbe più attrattiva con evidenti ricadute sul resto dell’economia locale. Qui ritorna il discorso precedentemente fatto della città della formazione e della ricerca.

Costruzioni
Del settore delle costruzioni abbiamo già parlato in precedenza. Gli ultimi dati del 2013 ne stimano nel 9% il peso sulla nostra economia. Sarebbe interessante conoscere la percentuale del 2017. In ogni caso appare chiaro che, finita la ricostruzione, il mercato sarà saturo, lo è già oggi e testimonianza ne è il vertiginoso calo dei prezzi degli immobili.
L’unica strada plausibile è quella di “esportare” i saperi e le specifiche conoscenze acquisite fuori dal nostro territorio. Anche di qui la già citata “Capitale della Prevenzione.”

Turismo e agricoltura
Gli ultimi dati sul turismo ci dicono che pesa un desolante 2,4% sul nostro valore aggiunto. Quello solo montano è stimato a meno dell’1%. Chiaro che con questi numeri di partenza questo settore ha dei margini di crescita elevati.
Valorizzare finalmente le nostre montagne, aumentare la qualità ambientale del nostro territorio oggi abbastanza scarsa, far rinascere l’interesse storico-artistico dei nostri centri con l’avanzare della ricostruzione, puntare su eventi culturali di ampia risonanza, costruire intelligenti e lungimiranti politiche che uniscano tutti i territori in un’offerta turistica complessiva che metta in relazione i vari attori, investire nella formazione della cultura dell’accoglienza e ricezione che non è propria del nostro territorio.
Sono azioni che si possono e si devono fare, e se saremo molto bravi, potrebbemmo più che raddoppiare i flussi arrivando a pesare il 7%, che significa che 7 persone su 100 vivranno di turismo (tanto per un confronto, a Pescara città sono oggi quasi 4, a Silvi 12 su 100).
“Vivremo di turismo” quindi è uno slogan affascinante e di sicura presa elettorale ma fuori dalla realtà. Dobbiamo valorizzare e investire nel turismo conoscendone le potenzialità reali.

L’agricoltura è un altro di quei settori marginali, ci vive ad oggi meno di una persona su cento. Ha quindi fattori di crescita importanti anche se in termini assoluti non potrà mai essere determinante per l’economia della città.
Negli ultimi anni si assiste ad un fenomeno di agricoltura biologica e di qualità soprattutto tra i giovani. Ci sono anche nel nostro territorio coraggiose e innovative iniziative. Vanno incoraggiate anche perché preservano i prodotti della nostra terra che sono parte importante della nostra cultura.
Il settore è strategico inoltre perché dà una possibilità di vita a frazioni e paesi, oltre ad essere determinante per la cura del territorio.
Il comune per primo dovrebbe utilizzare i nostri prodotti a km zero per le proprie mense e spingere Asl e Adsu, per le mense universitarie, a fare altrettanto oltre che a incentivare i gruppi di acquisto solidale.

“Lotto Giugno”: giovedì in festa con la Coalizione Sociale!

Sarà piazza San Basilio, di fronte il Dipartimento di scienze umane dell’Università degli studi dell’Aquila, la location di “Lotto Giugno”, una serata di musica, danza ed attivismo organizzata dalla Coalizione Sociale con Carla Cimoroni sindaca per L’Aquila.

Si svolgerà, ovviamente, giovedì 8 giugno, a partire dalle ore 19. Sul palco saliranno alcune delle giovani band emergenti che negli ultimi anni hanno resa viva e frizzante la scena culturale aquilana, contribuendo per la loro parte anche alla difficile ricostruzione del tessuto sociale della comunità. A suonare saranno i Dabadub Sound System, la Zona Rossa Krew, i Margò, gli Sleeping Village e i Lithium Quartet. Ma ci saranno anche esibizioni di danza dei Vibin’Sista e New Kidz and the Block, mentre la chiusura sarà affidata alle magie del prestigiatore Lorenzo Scataglini. Alle ore 19:30, inoltre, ci sarà un’asta di alcune opere che diversi artisti del territorio hanno messo a disposizione a sostegno della Coalizione Sociale.

“Noi non torniamo in piazza, perché in piazza siamo sempre stati e sempre staremo – afferma Carla Cimoroni – l’appuntamento dell’8 giugno arriva a chiusura di una campagna elettorale tra le persone, e non tra i potentati. Una serata di convivialità come nel nostro stile, perché di cultura e socialità non parliamo, ma la pratichiamo quotidianamente”.

Il vergognoso scaricabarile sul disastro del Progetto Case

E’ vergognoso lo scaricabarile tra le coalizioni di destra e di centro sul disastro del Progetto Case. Un’operazione che all’epoca fu concordata con un patto tra le parti, con tanto di sorrisi e consegna delle chiavi, e che per molti suoi aspetti, a partire dalle localizzazioni, ha determinato il vero e proprio “urbificio” che oggi è sotto gli occhi di tutti.

Una città esplosa, dilatata all’inverosimile, con scarsissima densità urbana in cui è complicatissimo offrire servizi pubblici, con un decadimento vertiginoso della nostra qualità della vita. Alcuni, tra cui molti di noi, già in quel lontano 2009 avevano avvertito con forza di questi rischi. Avevano proposto soluzioni alternative, più economiche, sostenibili e praticabili. Puntualmente ignorate.

Oggi, a pochi giorni dal voto, è francamente insopportabile sentire tutti i responsabili sparlare a proposito. Bertolaso addossa le responsabilità al Comune per la mancata manutenzione, quando quasi la metà degli isolatori installati non sono a norma, molte delle ditte costruttici sono incredibilmente fallite, ci sono processi in corso che coinvolgono personale della Protezione civile.

E’ semplicemente ridicolo pensare che dopo quattro anni siano crollati balconi per la mancata manutenzione. Molte di quelle case costosissime, molto di più delle definitive che si stanno ricostruendo, sono state costruite male, questa è la semplice verità. Ma in quale Paese dopo sette anni dalla costruzione oltre il 10% degli appartamenti risulta inagibile? E’ semplicemente scandaloso, la destra dovrebbe fare ammenda e assumersi le proprie responsabilità, altro che storie. Quei progetti erano nel cassetto da tempo, altrimenti nessuno avrebbe costruito all’Aquila, per esempio, condomini con le scale e tubature esterne che ovviamente ghiacciano l’inverno. Bertolaso dovrebbe chiedere scusa per tutto quello che è successo prima del terremoto e dopo, per aver utilizzato la nostra tragedia per coprire lo scandalo del G8, che si sarebbe dovuto tenere alla Maddalena.

L’amministrazione uscente, con in testa Cialente e il codazzo di tanti candidati nelle liste della coalizione di centro, poi ha inanellato una serie di contraddizioni uniche: dapprima indicò alla Protezione civile le aree sul quale costruire le Case, stando ben attenta a non calpestare i terreni dei potenti locali. Nel 2011 dichiarò che quella scelta fu fatta addirittura per “riqualificare le frazioni”, l’anno successivo acquisì al patrimonio comunale quegli appartamenti senza uno straccio di documentazione sullo stato, sulle polizze assicurative, sugli impianti. A scatola vuota, nonostante in consiglio comunale fummo durissimi nell’affermare che si stava compiendo un errore fatale. Poi sono stati inseriti nei preliminari del Piano Regolatore, per poi affermare recentemente che andranno tutte demolite, mentre nei nuovi quartieri-dormitorio non ci sono servizi. Un atteggiamento illogico e schizofrenico, che continuano a pagare gli aquilani.

Da tempo proponiamo uno studio serio sulle condizioni degli alloggi, piastra per piastra, appartamento per appartamento, per individuare dati alla mano quali edifici dovranno essere abbattuti e quali sono le aree che potranno essere fruite in futuro, mirando a ricucire le aree Case nella pianificazione urbanistica della città, ed in base a potenziali funzioni, ad esempio, come l’uso turistico, per gli studenti universitari a basso reddito, ed anche per la creazione di una rete diffusa di residenze per la disabilità (Durante e dopo di noi). Ammonta a 10 milioni di € la mobilità passiva sostenuta dalla nostra regione per servizi residenziali inesistenti e L’Aquila, con la sua cultura di attenzione alle fasce deboli, può divenire il punto di riferimento per le comunità limitrofe, anche provenienti dalle regioni confinanti.

Al gioco dello squallido scaricabarile non abbiamo mai giocato, e mai lo faremo. Gli aquilani e le aquilane, nell’urna, dovranno tenere conto di chi sono le responsabilità di questo disastro.

“Le frazioni al centro”: da est a ovest, tra le persone, per il cambiamento reale

Da est ad ovest, nelle frazioni della città, tra le persone per ascoltare, proporre, confrontarsi, consapevoli che un’alternativa reale è possibile. E’ il tour in camper che ha visto protagonisti i candidati e le candidate della Coalizione Sociale, in camper insieme alla candidata sindaca Carla Cimoroni, nel weekend scorso.

Il “grand tour” era un lungo viaggio per il continente europeo intrapreso dai giovani aristocratici, destinato ad approfondire e perfezionare il loro sapere. Una delle mete preferite era l’Italia, culla dell’arte, della cultura, delle antichità e anche densa di fervore politico. Al contrario, per la nostra coalizione civica oggi il “Grand tour” è stata occasione per dare voce alle frazioni, alle esperienze locali, spesso dimenticate dalla politica.

“Noi – affermano le candidate e i candidati della Coalizione Sociale – col nostro piccolo e breve ‘grand tour’, abbiamo voluto raggiungere tutte le persone che vivono nel nostro bellissimo comune, pieno di attrazioni architettoniche, paesaggistiche, ambientali, culturali, pieno di storia, di memoria e di possibilità di sviluppo economico e di cambiamento politico”.

Il 3 giugno il tour è partito in camper, insieme alla candidata sindaca, nelle frazioni a est e nord-est: Tempera, Camarda, Assergi, Paganica, San Gregorio e Onna, fra le persone per ascoltare, sentire e annotare le loro richieste, le loro proposte: “Renderle partecipi del nostro grande progetto di discontinuità e contaminazione”.

Ieri, 4 giugno, il tour è proseguito ad ovest e sud-ovest, facendo tappa a Coppito, Cansatessa, San Vittorino, Preturo, Sassa, Pagliare, Roio, Pianola e Bagno. Anche in questo caso Carla Cimoroni è stata accompagnata dai candidati e dalle candidate delle liste civiche autentiche, le uniche lontante dalle logiche del potere.

“Non facciamoci e non lasciatevi sfuggire l’occasione e l’opportunità di voltare pagina: cambia città! Resta qui”.

Servizi essenziali, la mobilità è un tema prioritario. Le sette proposte sui trasporti

Assessorato dedicato ai servizi pubblici essenziali, adeguate risposte ai cittadini e alle cittadine pendolari in entrata ed uscita ad est e ovest della città, introduzione del biglietto unico per il territorio, confronto inter-istituzionale permanente per il trasporto dedicato agli studenti, audizioni pubbliche per la nomina dei vertici delle aziende partecipate che gestiscono i servizi essenziali e servizio di trasporto collettivo “a chiamata” rafforzato per le frazioni. Sono le proposte della #CoalizioneSociale con Carla Cimoroni sindaca per L’Aquila sul tema della mobilità, considerato prioritario per la coalizione.

I PROBLEMI E LE OCCASIONI MANCATE. La città è esplosa, diffusa su un territorio enorme e scarsamente abitato, gli studenti fuori sede residenti in città sono diminuiti, non c’è “cultura del mezzo pubblico”. Quindi non si investe sulla mobilità pubblica. E così la causa diventa l’effetto, in un circolo vizioso che penalizza il diritto alla mobilità per tutte e tutti, a partire da chi di un mezzo proprio non può disporre per età, condizioni economiche o di salute, e da chi vive nelle frazioni più decentrate.

Emblema noto a tutti della generale “disattenzione”, locale e regionale, alla mobilità pubblica è senz’altro la fermata sulla Statale 80 in zona ovest: affollatissima, priva di pensiline, marciapiedi, biglietteria, parcheggi, lungo una statale di cui contribuisce a congestionare il traffico già al collasso. Un disagio di cui soffrono in particolare le centinaia di pendolari, già costretti a orari duri, che raggiungono Roma e altre località su autobus spesso vecchi, malandati e poco confortevoli.

Anche il sostegno e l’investimento di soldi pubblici a varianti, ponti e cavalcavia risponde alla logica dell’essere ineluttabilmente condannati a muoversi in macchina nella nostra città. Siamo già il capoluogo di provincia che conta il maggior numero di automobili pro capite, un record negativo che incide sulla qualità dell’aria che respiriamo come sulla qualità della nostra vita. Così come paradossale e sintomatico di scarsa attenzione e programmazione da parte della Regione è non aver previsto nel Contratto di Servizio con Trenitalia la messa in esercizio (mezzi e risorse) dell’infrastruttura ferroviaria in fase di ultimazione sul tracciato urbano dell’Aquila.

Su questo panorama sconfortante, si innesta la vicenda dell’Ama che deve confluire in Tua in tempi brevissimi in modo da realizzare le opportune economie di scala e il necessario efficientamento per affrontare le scadenze e le penalità previste dalla normativa nazionale, sempre più orientata verso le privatizzazioni. Noi crediamo che la tendenza al mezzo privato vada totalmente invertita, mettendo il diritto alla mobilità e il trasporto pubblico al centro delle politiche urbane.

LE PROPOSTE. Le nostre proposte sono: l’istituzione di un Assessorato ai servizi pubblici essenziali che metta al centro non la gestione aziendalistica delle partecipate, ma i servizi al territorio e al cittadino e governi, finalmente, in maniera organica l’affidamento del terminal di Collemaggio, la pedonalizzazione del centro storico, la regolazione della sosta, l’intermodalità con la metropolitana di superficie, la mobilità integrata (bike sharing, car sharing, infomobility).

La promozione di un tavolo di confronto tra Regione, Comune, rappresentanti dei lavoratori e degli utenti per rispondere alle esigenze dei lavoratori pendolari in merito a mezzi adeguati, biglietterie e rispetto degli orari e delle fasce di garanzia, tanto più che da tale servizio derivano importanti ricavi che consentono di sostenere anche le tratte meno frequentate e redditizie.

L’introduzione del biglietto unico a tempo come è già stato fatto, con successo, per l’area metropolitana Chieti/Pescara, che aumenterebbe anche in chiave turistica e ricettiva le relazioni della nostra città con il territorio che la circonda;

L’attivazione di un confronto costante con la “città universitaria” (istituzioni e studenti) per modulare l’offerta del trasporto pubblico in relazione alle esigenze di studio, ma anche di svago, e mettere a punto forme incentivanti quali tariffe minime forfettarie per l’intero anno accademico che costituiscano anche un introito fisso per l’azienda di trasporto pubblico.

La realizzazione di una fermata servita, sicura e confortevole in zona ovest, un “mini terminal”, dotato di stalli e di un parcheggio di scambio gestito dal Comune anche con convenzioni con Tua, che favoriscano gli utenti del servizio pubblico e in particolare i pendolari.

Le audizioni pubbliche per la nomina dei vertici delle aziende che gestiscono servizi essenziali, nel corso delle quali cittadini, lavoratori, giornalisti possano porre domande ai candidati per metterne in luce eventuali incompetenze, guai giudiziari e potenziali conflitti d’interesse.

Il rafforzamento del servizio di trasporto collettivo “a chiamata”, con mezzi elettrici, soprattutto per le aree e gli orari a domanda discontinua, pensiline accoglienti in cui siano indicati i tempi di attesa, con l’ausilio di applicazioni già presenti in numerose città.

Tutto questo non potrà prescindere, nel tempo, da un ripensamento profondo della pianificazione urbanistica che dovrà interrompere il processo di dispersione oggi in atto e tendere a una maggiore densità del tessuto urbano.

Per il momento, invece, il Piano regolatore generale (Prg) è nuovamente finito nel cassetto, e di politiche per la mobilità pubblica, anche da parte delle altre coalizioni, neppure l’ombra.

“Piani di recupero urbano”, un’occasione mancata. La nostra priorità è la pianificazione

Dopo più di otto anni dal terremoto del 2009 sui “Piani di recupero urbano” siamo all’anno zero. Ad oggi nessuno dei progetti, che dovrebbero riguardare la riqualificazione di aree periferiche del centro storico, ha ancora visto la luce.

Il primo a partire doveva essere quello di via XX Settembre, approvato nel 2014, che prevedeva demolizione e ricostruzione di alcuni edifici, aree verdi, insediamento di negozi e un affaccio su una piazza. Oggi in quell’area non c’è nulla, a parte una voragine. Il Piano di Santa Croce è stato approvato lo scorso anno ma ancora non vede l’avvio. Nel frattempo gli abitanti del quartiere rimangono sfollati a tempo indeterminato, e non conoscono il loro destino. Anche nell’ambito del “Piano di Porta Barete” il Comune non ha ancora risolto i problemi delle permute immobiliari (ferme al palo) né dei contratti per la ricostruzione dello stabile. Annunci, dietrofront, pasticci amministrativi stanno lasciando come eredità cittadini ancora sfollati, strascichi giudiziari e soprattutto un’area urbana nel completo degrado. Non ci dilunghiamo, poi, sul “Piano di viale della Croce Rossa“, sui piani ancora “in itinere” (nelle zone di Porta Leoni, via Sant’Andrea, etc.), dove “si sta discutendo senza discussione”.

E se per il centro storico ci sono enormi ritardi, l’occasione persa riguarda soprattutto le periferie in cui sono stati spesi milioni di euro con il risultato che quartieri dormitorio erano e tali sono rimasti: non una piazzetta, non un campetto, nessuna idea. Per non parlare delle frazioni.

D’altra parte l’acquisto equivalente che, opportunamente gestito, poteva essere uno strumento per favorire la riqualificazione di alcune zone, non ha impedito di ricostruire veri e propri scempi edilizi e urbanistici anche dentro le mura.

Non si è saputa cogliere l’opportunità generata dalla ricostruzione, ossia la riqualificazione per l’intera città, la visione d’insieme. L’attività dell’Assessorato, che doveva avere come priorità la definizione del nuovo PRG, è stata centrata quasi esclusivamente sulla Ricostruzione come se la rinascita di una città fosse la somma degli aggregati. Alla perenne ricerca del consenso, l’amministrazione uscente non è stata in grado di gestire l’inevitabile conflitto tra il sacrosanto diritto dei residenti di riavere una casa in tempi certi e la necessità di ridisegnare aree incongrue della città. Il fallimento degli strumenti partecipativi, che dovrebbero comporre e far emergere l’interesse collettivo e non la somma di interessi privati o di parte, è sotto gli occhi di tutti.

Siamo ancora in tempo per cambiare rotta, facendo della pianificazione una priorità per restituire bellezza al nostro territorio, non schiacciata sul tema dell’edificabilità, avendo il coraggio di demolire le tante brutture (“incongrui”) realizzate prima e dopo il sisma. Altrimenti come si può parlare di attrattività, come si può fare turismo?

Una pianificazione che metta al centro il bene comune che è il nostro paesaggio, attuata attraverso il confronto continuo con le cittadine e i cittadini, fondata su informazioni condivise, scandita da tempi certi, sensibile alle esigenze delle comunità. Metteteci alla prova.

Cambia città, resta qui!