Le nostre 5 proposte su lavoro ed economia


Oggi nell’economia del nostro territorio il settore pubblico è decisamente la principale componente della base economica, seguito dai redditi da pensione (oltre 19.000 persone), dall’Università e il suo indotto e dal settore manifatturiero. Ci sono inoltre le costruzioni, i servizi turistici e l’agricoltura, oltre naturalmente la parte molto rilevante dei servizi non turistici (professionali, commerciali, …).

Bisogna necessariamente partire da questi dati per comprendere quali settori possano essere decisivi per il presente e per il futuro della nostra economia, per la creazione di posti di lavori degni e stabili. Anche perché se non si interviene, finite le risorse per la ricostruzione, rischiamo seriamente di ritrovarci in un territorio ancora più depresso economicamente e di conseguenza socialmente.
Le altre coalizioni non ci sembra che abbiano idee in proposito.
ll candidato di centro Di Benedetto non ha alcuna visione e appare scarsamente interessato al problema, mentre quello della destra Biondi propone misure bizzarre quali la “moneta locale”, fiorino o doblone aquilano, scegliete voi.
Questa invece è la nostra analisi e queste le nostre proposte intersettorali per favorire la creazione di posti di lavoro. Prendetevi il tempo della lettura.

Il settore pubblico non ha grossi margini di crescita viste anche le politiche nazionali. Si può attuare in questo settore una strategia conservativa, non far andar via gli uffici. Ad esempio la difesa della qualità e della dimensione del nostro ospedale assume quindi, oltre naturalmente all’aspetto di salute pubblica, una battaglia fondamentale anche per la nostra economia e conseguenti posti di lavoro. Un aumento della qualità dei servizi sanitari genera anche ricadute positive per il resto dell’economia e la salute di comunità dovrebbe essere riorganizzata considerando l’estensione del territorio.
Ma con politiche intelligenti questo settore può anche essere incrementato.

L’Aquila Capitale della Prevenzione
Rientra anche in questo la nostra proposta di “L’Aquila Capitale della Prevenzione”.
Vogliamo fare del nostro territorio il centro di riferimento nazionale interdisciplinare e operativo di prevenzione del rischio sismico, gestione delle emergenze e delle ricostruzioni.
La recentissima formazione di un battaglione dell’esercito, 300 persone, specializzato in operazioni di soccorso nella catastrofi va proprio in questa direzione. Anche altri pezzi dello Stato, come ad esempio Vigili del fuoco, Protezione civile, Ingv, Cnr dovrebbero essere spinti ad investire con nuove strutture nel nostro territorio per fare tra di loro sinergia e sperimentare da noi, prevenzione, pronto intervento, gestione dell’emergenza e tecniche di ricostruzione.
L’Università  e il GSSI sarebbero parte fondamentale di questa strategia, come anche il nostro volontariato di protezione civile e naturalmente tecnici e imprese che in questi anni hanno acquisito un invidiabile know-how sull’adeguamento e miglioramento sismico di edifici anche antichi. Da parte di alcuni dei nostri costruttori è stata sollecita questa direzione che ci vede d’accordo in quanto parte di una strategia per noi complessiva.
Tutto questo ci garantirebbe prima di tutto sicurezza per tutti, cultura antisismica diffusa, posti di lavoro qualificati, centri studi a partire dal finanziato, annunciato e mai nato centro permanente di documentazione e studi della prevenzione, del terremoto e della ricostruzione. Un centro vivo dove poter organizzare convegni di livello nazionale ed internazionale.
Abbiamo come territorio tutte le le pre-condizioni per imporci su questo settore e far in modo ad esempio che i saperi dell’Università, di tecnici e imprese siano esportabili e centrali nel progetto di messa in sicurezza di tutto il Paese dai rischi sismici e idrogeologici.
E’ una battaglia politica che dobbiamo alla nostra memoria, deve essere culturalmente il nostro ruolo nel Paese, e che contemporaneamente può creare tante opportunità lavorative come detto in diversi settori: pubblico, Università in tutti i suoi saperi non solo tecnici ma anche umanistici (basti pensare agli studi sulla gestione delle emergenze e sulla resilienza), ricerca, professioni, imprese, costruzioni.

La città della formazione e della ricerca
L’Università è già un cardine per la nostra economia, dopo il settore pubblico è una delle voci che “pesa” di più per la formazione del nostro reddito.
Per costruire una città della formazione e della ricerca, le condizioni di base ci sono ma vanno sviluppate. Anche qui, la recente apertura del GSSI va proprio in questa direzione, come occorre rafforzare i rapporti anche con i Laboratori del Gran Sasso.
Serve però un patto chiaro e una strategia condivisa tra città e Università: da un lato il comune si impegna a fornire servizi eccellenti per gli studenti (e quindi per tutta la collettività) in termini di mobilità, diritto all’abitare, strutture, di servizi, di qualità della vita e di un contesto sociale e culturale effervescente, stimolante e dinamico proprio di una città universitaria. E’ qui che le parole inclusione e accoglienza trovano significato pratico. Dall’altro l’Università deve scegliere e perseguire un modello di residenzialità pura. Alla città non interessa infatti tanto il numero degli iscritti bensì quello degli studenti residenti che non può prescindere dalle capacità di accoglienza in termini di strutture e servizi sia dell’Ateneo che della città. Appare evidente quindi che anche le politiche sulle modalità di iscrizione, sul “numero chiuso”, su come si fruiscono le lezioni debbano tener nel conto la strategia condivisa tra città-Università.
L’obiettivo al termine potrebbe essere quello dei 15.000 studenti residenti. Sarebbe decisivo per il nostro territorio in molti sensi, anche per la creazione di posti di lavoro. Bisogna però crederci, puntarci con convinzione, lottare con il governo centrale e regione, investire risorse con un ferreo coordinamento tra comune e Ateneo.
Al di là dell’aspetto economico, che qui stiamo trattando, vorremmo diventare un modello per il diritto alla studio anche creando uno studentato diffuso, per gli studenti meritevoli e a basso reddito, mettendo a disposizione parte dei 600 appartamenti di proprietà comunali derivanti dagli “acquisti equivalenti”.
Appare questo il settore che potenzialmente e realisticamente potrà avere margini di maggiore crescita oltre che un fondamentale motore per la rinascita del centro, storicamente sempre abitato e vissuto da molti studenti.

Manifattura e industria
Una formazione di alto livello che insiste su un territorio presieduto da eccellenze tecnologiche dovrebbe innescare un circolo virtuoso in maniera praticamente spontanea.
E qui si innesca il settore manifatturiero. Strategico sia perché contribuisce già oggi con il 10% al valore aggiunto prodotto all’Aquila, ma anche perché fornisce alla città un carattere distintivo, compensando l’immagine di una città di pensionati e di addetti al settore pubblico. Nel caso di alcune aziende poi il termine “eccellenze” non è usato per una volta a sproposito. Già oggi molte garantiscono posti di lavoro qualificati e quindi ben retribuiti. Alcune hanno attivato collaborazioni con l’Università che vanno aumentate e facilitate.
Curiosamente questo settore non è mai stato percepito in tutto il suo valore dalla città. Un errore gravissimo visto che un’azienda coinvolta nel tessuto sociale investe anche sul territorio, tramite eventi, sponsorizzazioni, premi, ecc…
Il settore possiede anche potenzialità non indifferenti di crescita, ovvero di nuovi posti di lavoro, anche grazie alle risorse derivanti dal 4% della ricostruzione. Questo strumento, intelligentemente previsto dal legislatore, va però profondamente ripensato alla luce dei risultati ottenuti. Ad oggi infatti l’unica nuova azienda finanziata è di fatto mai partita e a fronte dei posti di lavoro previsti oggi si contano solo una decina di cassaintegrati. Chiaro che cosi non funziona. Occorre anche qui crederci, pensando una serie di azioni tra di loro integrate.
Il comune dovrebbe lavorare con la Regione per aprire nella nostra città uno sportello consulenziale per le aziende che vogliono investire: come si può accedere alla risorse del 4%, quali sono le opportunità offerte dai bandi europei, opportunità di collaborazioni con le istituzioni, fondi regionali, mappatura delle aziende operanti sul territorio con cui poter attivare delle sinergie, informazioni sulle procedure, snellimento delle stesse, opportunità di insediamento nelle zone industriali… Insomma preparare il terreno e facilitare la vita e le tempistiche a chi vuole creare seriamente posti di lavoro. Un sogno (possibile) viste le condizioni attuali.
Si potrebbe inoltre garantire la chiusura del circolo virtuoso aziende-alta formazione con la messa a disposizione di borse di studio, con l’indizione di concorsi per le scuole. Questo avrebbe una ricaduta potenzialmente enorme sulla città, perché se si arrivasse a regime ad avere un alto tasso di inserimento dei laureati del nostro ateneo nel territorio, l’Università diverrebbe più attrattiva con evidenti ricadute sul resto dell’economia locale. Qui ritorna il discorso precedentemente fatto della città della formazione e della ricerca.

Costruzioni
Del settore delle costruzioni abbiamo già parlato in precedenza. Gli ultimi dati del 2013 ne stimano nel 9% il peso sulla nostra economia. Sarebbe interessante conoscere la percentuale del 2017. In ogni caso appare chiaro che, finita la ricostruzione, il mercato sarà saturo, lo è già oggi e testimonianza ne è il vertiginoso calo dei prezzi degli immobili.
L’unica strada plausibile è quella di “esportare” i saperi e le specifiche conoscenze acquisite fuori dal nostro territorio. Anche di qui la già citata “Capitale della Prevenzione.”

Turismo e agricoltura
Gli ultimi dati sul turismo ci dicono che pesa un desolante 2,4% sul nostro valore aggiunto. Quello solo montano è stimato a meno dell’1%. Chiaro che con questi numeri di partenza questo settore ha dei margini di crescita elevati.
Valorizzare finalmente le nostre montagne, aumentare la qualità ambientale del nostro territorio oggi abbastanza scarsa, far rinascere l’interesse storico-artistico dei nostri centri con l’avanzare della ricostruzione, puntare su eventi culturali di ampia risonanza, costruire intelligenti e lungimiranti politiche che uniscano tutti i territori in un’offerta turistica complessiva che metta in relazione i vari attori, investire nella formazione della cultura dell’accoglienza e ricezione che non è propria del nostro territorio.
Sono azioni che si possono e si devono fare, e se saremo molto bravi, potrebbemmo più che raddoppiare i flussi arrivando a pesare il 7%, che significa che 7 persone su 100 vivranno di turismo (tanto per un confronto, a Pescara città sono oggi quasi 4, a Silvi 12 su 100).
“Vivremo di turismo” quindi è uno slogan affascinante e di sicura presa elettorale ma fuori dalla realtà. Dobbiamo valorizzare e investire nel turismo conoscendone le potenzialità reali.

L’agricoltura è un altro di quei settori marginali, ci vive ad oggi meno di una persona su cento. Ha quindi fattori di crescita importanti anche se in termini assoluti non potrà mai essere determinante per l’economia della città.
Negli ultimi anni si assiste ad un fenomeno di agricoltura biologica e di qualità soprattutto tra i giovani. Ci sono anche nel nostro territorio coraggiose e innovative iniziative. Vanno incoraggiate anche perché preservano i prodotti della nostra terra che sono parte importante della nostra cultura.
Il settore è strategico inoltre perché dà una possibilità di vita a frazioni e paesi, oltre ad essere determinante per la cura del territorio.
Il comune per primo dovrebbe utilizzare i nostri prodotti a km zero per le proprie mense e spingere Asl e Adsu, per le mense universitarie, a fare altrettanto oltre che a incentivare i gruppi di acquisto solidale.

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